Recensione base di ricarica wireless Aukey: elegante, sottile, ma uno sfizio

La base di ricarica wireless che ho provato è fra le migliori in circolazione a livello di qualità, ma resto ancora scettica sulla loro utilità

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Sono sempre stata scettica sulle piastre di ricarica wireless e lo sono ancora. Ho voluto provare questa di Aukey per mero sfizio, lo ammetto. Ed in effetti, è bella e fa quello che promette, ma vedo questo tipo di prodotto ancora inutile.

Design “vincente”

No, non è un modo di dire. Questa base di ricarica Aukey ha effettivamente vinto l’ “IF Design Awards 2018“. Linee estetiche semplici ed estremamente eleganti. Nera, sottile, sembra un sasso.

Materiali pregiati e piacevoli al tatto, attenti al grip del terminale, l’unico LED di ricarica è discreto e ben inglobato nel design del dispositivo. La connessione al caricabatterie da parete (non incluso) avviene tramite collegamento USB standard a USB di tipo C.

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Funzionamento

Una volta compresa la posizione ideale del singolo smartphone, non avrete problemi a metterlo a caricare. Io l’ho testato con un Samsung Galaxy Note 8 e la ricarica è un pochino più lenta di quella standard a cavo, certamente lontana da quella rapida.

Aukey dichiara che all’interno della base c’è un sensore per il controllo della temperatura, che dovrebbe prevenire eventuali surriscaldamenti della piastra e – di conseguenza – del terminale.

Il prezzo non è elevato, ma nemmeno fra i più bassi. Oscilla dai 26€ ai 30€, in base alla promozione. C’è da considerare che si tratta comunque di un prodotto di ottima qualità, ben costruito. Resta il fatto che rimango scettica, molto scettica, riguardo all’utilità di questi prodotti. Mi viene da pensare che siano comodi per chi – durante la giornata – tira su lo smartphone spesso per lavoro. Appoggiandolo poi sulla scrivania, è facile guadagnare qualche punto percentuale di ricarica. Poi però dovrete ricorrere al classico caricabatterie da parete con cavo, soprattutto se siete di fretta.

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Carla Stea
Recensore ed editor in ambito Tech, non ho ancora capito se è un lavoro o una passione. Il confine è sottile. Classe 1990, ho abbandonato le bambole prima di capire a cosa servissero realmente. Sono appassionata di tecnologia sin da piccolissima, mi divertiva qualsiasi cosa si azionasse premendo un bottone. Ho avuto il primo PC, il mitico Commodore 64, a 6 anni. Senza capirci nulla mi divertivo a ricopiare pagine e pagine di codici solo per veder apparire un'animazione. Crescendo ho imparato, rompendone tanti, come utilizzare al meglio computer e gadget tecnologici vari. Attualmente, scrivo articoli e produco videorecensioni per diversi siti web di informazione ricercando i contenuti più interessanti presenti dedicati all' high-tech.

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